Occasione perduta?

knowledge society: Libertà, eGov, Imprese

Credo che sia necessario interrogarsi con severità sul fallimento della politica dell'e-government negli ultimi otto anni. Io ho provato a rifletterci e ho stilato una parziale lista delle criticità che ci hanno impedito di cogliere un obiettivo che nel 2000 sembrava dietro l'angolo, ma anche delle proposte che oggi potrebbero essere alla base di un processo di rilancio che riparta da quanto comunque di buono è stato fatto. Mi piacerebbe che la leggeste e ne discutessimo a San Giuliano.

Carlo Mochi Sismondi

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Bella analisi, dura, ma concreta e soprattutto non solo distruttiva, mi piacciono le tue proposte, proviamo a metterle sul piatto il 18!

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Mi sembra che di materiale su cui lavorare ce ne sia molto, sia riguardo alle tue considerazioni, sulle quali mi trovo d'accordo e che mi piacerebbe in parte approfondire, sia sugli elementi riportati nell'allegato contenuto nel tuo contributo, per provare a districare il sistema innovazione.

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Caro Carlo, condivido molto della tua diagnosi, ma da quanto tu stesso dici è evidente che il problema chiave è la cultura e l'organizzazione della pubblica amministrazione (si potrebbe fare un discorso simile all'egovernment per la crisi della giustizia o dell'università). la macchina pubblica è totalmente ingrippata e senza una profonda revisione dei processi con grande attenzione al capitale umano (penso a cose banali ma rivoluzionarie come l'introduzione di budget con obiettivi misurabili) non andremo da nessuna parte. Da quel punto di vista forse è stato utopistico sperare (come abbiamo fatto per anni) che la spinta dell'innovazione tecnologica potesse mettere a nudo le inefficienze ed innescare una mutazione virtuosa generale. Condivido anche il suggerimento di prendere decisioni drastiche sugli online services (se non servono chiudeteli!!) ma vorrei da quel punto di vista contribuire l'articolo più stimolante che ho letto recentemente in materia, scritto da David Osimo (ex ervet, recentemente ex IPTS, centro di ricerca UE di Siviglia) che molti di voi conoscono, che parte dal punto di vista del benchmarking UE ma propone una visione dell'egovernment centrata sulla trasparenza e l'informazione come public value che mi piace molto. In effetti comincio a sentire molti rifletere sul fatto che puntare sui servizi transattivi online non è affatto il modo giusto di massimizzare i benefici per i cittadini (con le dovute eccezioni) - vedi anche la scarsa risposta anche in paesi dove l'offerta è adeguata!! - mentre si rivaluta l'importanza di un informazione completa, corretta, aggiornata, e comprensibile (user-friendly) come vero strumento per l'empowerment dei cittadini. La butto lì e mi interessa molto parlarne questo weekend!! allego l'articolo di David che è pubblicato sul ePractice Journal. Gabriella Cattaneo
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L'analisi di Carlo descrive bene la disastrosa situazione attuale.
Non sono potuto venire a San Giuliano ma provo a fare alcuni commenti e varianti a partire dalle sue proposte. le soluzioni minime necessarie non sono facili nel contesto italiano ma non abbiamo alternativa.
Non è più il tempo di soluzioni parziali pensando che poi le cose migliorino con il tempo.
“Se la casa brucia non serve ne spazzare il pavimento, ne pregare. Al limite pregare è più comodo” ma inutile.
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Stefano Lotti said:
Non è più il tempo di soluzioni parziali pensando che poi le cose migliorino con il tempo.
Concordo con le proposte di Zocchi e concordo pienamente con l'intervento di Stefano Lotti e con l'impostazione sistemistica descritta. Allego una risposta propositiva (che sara' il tema del mio intervento di Sabato), che prende le mosse dalla stessa impostazione (sitemi autonomi federati, con meccanismi di coordinamento interazione) e mostra come possa essere implementata per realizzare servizi di e-government che si adattino ai bisogni locali e per sviluppare al contempo politiche di capacity building e sviluppo endogeno e come tale impostazione faccia parte dell'impostazione della Digital Local Agenda (EISCO 2008 - Dichiarazione di Napoli). PIncludo i riferimenti a linee guida, toolkit, piattaforme tecnologiche sviluppate nel contesto degli Ecosistemi Digitali finanziati dai progetti Europei.Sviluppo endogeno egov.pdf

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Grazie Stefano, la tua analisi iniziale è illuminante e così il puntuale esame di quanto avevo proposto, sul punto della sanità elettronica dovremo tornare. Oggi a San Giuliano proverò a riportare parte di quel che il tuo intervento propone,


Stefano Lotti said:
L'analisi di Carlo descrive bene la disastrosa situazione attuale.
Non sono potuto venire a San Giuliano ma provo a fare alcuni commenti e varianti a partire dalle sue proposte. le soluzioni minime necessarie non sono facili nel contesto italiano ma non abbiamo alternativa.
Non è più il tempo di soluzioni parziali pensando che poi le cose migliorino con il tempo.
“Se la casa brucia non serve ne spazzare il pavimento, ne pregare. Al limite pregare è più comodo” ma inutile.

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Carissimi,
mi dispiace non esserci, a San Giuliano, ma la famiglia (e soprattutto mio figlio) reclama i suoi diritti.
D'altra parte e' un periodo in cui ho poche idee e confuse, quindi sicuramente dalla mia presenza non sarebbe scaturito gran che di buono.
Ho letto con attenzione e piacere il dibattito innescato da Carlo Mochi, con i contributi di Stefano Lotti e di Francesco Nachira in primis. Per certi versi vorrei dire che sono d'accordo su tutto -- sia sulla severita' dell'analisi, sia sulla sostanza delle proposte (dettagli a parte, su cui non ha molto senso entrare in queste poche righe).
Non riesco pero' a superare un profondo senso di irrealta' della discussione -- perdonatemi. Proprio perche' la casa brucia, per riprendere l'immagine evocata da Stefano. Ma non sta bruciando la casetta dell'IT per la PA. Sta bruciando la casa della nostra convivenza sociale -- ed e' bruciata da un pezzo la casa della capacita' di governare una societa' come la nostra. Abbiamo una societa' che si (ri)scopre compiaciutamente razzista e una classe politica che in parte la incita, in parte le va dietro, in parte si rinchiude nell'afasia. Siamo entrati in una spirale di darwinismo sociale de facto, cui la classe politica contribuisce probabilmente piu' per incomprensione che per effettiva convinzione. In generale abbiamo una classe dirigente che -- riprendendo l'analisi di Stefano -- non ha idea di che cosa dovrebbe governare -- e che ha un orizzonte temporale che -- nei casi piu' lungimiranti -- arriva ai sondaggi di fine mese, se no e' tutto concentrato sulle dichiarazioni che passeranno al TG1 delle otto. E i comportamenti quotidiani della scoieta', in politica come in ogni altro ambito, mostrano il fallimento della teoria della mano invisibile: i comportamenti egoistici che ognuno mette in campo non soltanto non generano il benessere individuale, ma devastano quello collettivo.
In queste condizioni, sperare che la pars construens dei nostri discorsi possa trovare orecchie attente e attuazione nella classe dirigente mi pare -- appunto -- un esercizio di irrealta', senza togliere nulla alla serieta' e al valore delle proposte.
Scusate il pessimismo e lo sconforto -- ma sempre piu' mi convinco che questo paese non ce la puo' fare. E in tutta onesta', il fallimento dell'e-gov, a questo punto, mi pare un problema di secondo ordine -- provare a raddrizzare quello mentre si istituiscono le classi segregate nelle scuole mi pare un po' voler spazzare il pavimento della casa che brucia.

Con affetto (e con la speranza di avere torto marcio)

Angelo M. Buongiovanni

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Non mi aspetto che ciò che diciamo abbia ascolto da parte della "classe dirigente": e' improbabile e non lo metto certo in conto.
Ma vediamo anche che "culture" un tempo alla moda come il socialismo reale ed il mito del mercato autoregolato si sciolgono come neve al sole. Per adesso questo fa emergere solo il vuoto e la meccanica del sistema sembra portare solo alla sua progressiva disgregazione. Mentre molti si attaccano istericamente al peggio di un mondo che muore.
Siamo effettivamente riusciti a creare il capolavoro di una società che sa solo minacciare se stessa.
Tuttavia la società nel suo complesso è anche veloce e "idee marginali" possono anche divenire centrali, anche in poco tempo.
Per questo credo che è bene che si inizi a parlare. Certo, puo' non accadere nulla ed è possibile che, collettivamente, sceglieremo in silenzio il nostro suicidio. Questa è, brutalmente, la scelta che abbiamo davanti. E' possibile che questa sia la fine che ci meriteremo

Ma forse "Dov'è il pericolo c'è anche la salvezza".

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Ho letto gli interventi di questa area e mi sembra, ma quanto vorrei essere in errore, che si continuino a dire sempre le stesse cose che ho ascoltato in mille convegni: quanto siamo in ritardo, la catastrofe è vicina, il governo deve fare..., occorre investire in innovazione, etc, per poi passare a grandi idee universali che per loro natura sono spesso di improbabile attuazione.
Chiuso il "pistolotto" negativo, giriamo pagina.
Secondo me l'innovazione, il passo avanti, l'azione risolutiva possono essere fatti a due condizioni: avanzare a piccoli passi e, soprattutto, avere gli strumenti adatti per proseguire.
Riguardo gli strumenti adatti voglio subito sfatare la leggenda della "banda larga" quale condizione irrinunciabile per progredire. Una vecchia "500" funzionante può portarci ovunque anche se è meno comoda di una RollsRoyce. In pratica anche con i vecchi collegamenti a 56k/b è possibile navigare in rete ed ottenere servizi: io con il palmare ed un collegamento wap a 56k uso tranquillamente Internet.
Fate attenzione alla frase "io uso Internet" perchè il suo vero significato è "io so usare internet". Ma come si fa a diffondere l'uso di questo stupendo strumento? Tra 20 anni, quando i ragazzi di oggi saranno cresciuti, il problema sarà risolto; oggi occorre tentare di coinvolgere le persone che hanno più o meno da 35-40 anni in su, la fascia attiva della popolazione che "è nata troppo presto". Il coinvolgimento di queste persone non lo si ottiene parlandone "su Internet", ma stimolando la loro loro attenzione in tutte le occasioni possibili che vanno dalla festa del Paese, alla festa del partito, al convegno "non" specialistico e simili. Secondo punto di attenzione è la presenza dei "talebani della rete", questi sono i perfezionisti che "sputano sentenze" e dicono che non si può "navigare senza un collegamento a 1000 Megabyte": rinchiudiamoli tutti in un parco attrezzato dove potranno misurare in continuazione chi ha il dispositivo più avanzato ed, attraverso un circolo virtuso di rabbia-emulazione, si autoelimineranno.
Conclusione: chi sa, nel suo piccolo o nel suo grande, cerchi di raccontare l'utilità di internet e cerchi di testimoniare questi racconti con esempi pratici, "in corpore vili" come dicevano gli antichi medici. La conoscenza stimolerà la diffusione e l'uso creando un circolo virtuoso che in molti casi potrebbe creare risparmi investibili nel miglioramento delle infrastrutture. Per fare questo ci vorrà un certo tempo che è sicuramente inferiore al tempo di attesa "nel deserto dei tartari".
Come ho ricordato in un'altra occasione, forse è il momento di screditare i tanti sudditi del re sciocco della nella quale il bimbo innocente diceva "il re è nudo" e tutti si accorsero della realtà dei fatti.

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Stiamo quindi dicendo che innovazione è saper usare internet?
E se anche fosse, fra vent'anni gli attuali giovani saranno uomini, sapranno sicuramente usare internet, ma chi ci garantisce che saranno innovativi?
Non so, vorrei che innovazione tornasse ad avere la sua accezione originale... fare qualcosa di nuovo non obbligatoriamente con le tecnologie.
Innovare per cambiare, cambiare per crescere, crescere per innovare... o no?

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Sicuramente innovazione è anche saper usare gli strumenti che la tecnica ci mette a disposizione per risolvere in modo diverso, più rapido, più semplice e più economico i problemi che abbiamo.
La tecnologia per la tecnologia produce i talebani di internet.
La negazione della giusta importanza innovativa della tecnologia spesso ci fa perdere delle occasioni.
Il giusto mix è difficile, bisogna provarci.

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